Secondo la teoria del Cervello trino[1], il cervello dei mammiferi evoluti, e quindi anche dell’uomo, è costituito da tre parti che rappresentano i vari passaggi evolutivi della specie:

1. una parte primordiale più interna, che controlla le funzioni vitali di base, quali la respirazione, l'attività cardiaca e quella motoria (cervello dei rettili);
2. una zona cerebrale intermedia (cervello dei paleomammiferi), costituita dal sistema limbico, che svolge un ruolo importante nel controllo delle funzioni vegetative, nell'elaborazione delle emozioni, nelle funzioni di autoconservazione e conservazione delIa specie (alimentazione, lotta, autoprotezione, capacita sessuali e procreative);
3. una parte più esterna, corrispondente alla neocorteccia, che si è sviluppata solo nei mammiferi superiori (cervello dei neomammiferi) e che costituisce la struttura neuroanatomica per il linguaggio e per le attività cognitive, compresi la coscienza e i processi decisionali.
Queste strutture cerebrali sono strettamente interconnesse e interdipendenti e, attraverso i segnali provenienti dai nostri organi di senso (olfatto, udito, vista, tatto, gusto e altri “sensi” non ancora esattamente definiti), le nostre percezioni interne, la loro elaborazione automatica e cognitiva e la sintesi delle informazioni, determinano la nostra conoscenza e la nostra reazione al mondo esterno, inclusi gli altri esseri viventi.
Quando ci relazioniamo di persona con gli altri, abbiamo quindi a disposizione uno strumentario comunicativo particolarmente articolato ed efficace.
C’è tuttavia da osservare che, paradossalmente, quello che è considerato il mezzo più evoluto di comunicazione, tanto da differenziarci da tutti gli altri esseri viventi, cioè il linguaggio, non sembra essere lo strumento più idoneo per comunicare quelle particolari informazioni che sono i sentimenti e le intenzioni.
Per questo tipo di informazioni funziona infatti molto meglio il linguaggio del corpo, cioè quell’insieme di atteggiamenti, di posture, di movimenti, di gesti, di sguardi, di espressioni, di intonazioni della voce, di variazioni fisiologiche, come il rossore, il pallore, la sudorazione, ma anche l’odore, che rivelano, soprattutto in maniera inconscia e secondo un codice geneticamente e culturalmente predefinito, quello che c’è davvero dietro le parole.
Questa articolazione e questa ridondanza comunicativa viene purtroppo perduta quando si utilizzano i moderni sistemi di comunicazione via Internet, come le chat e le mail. Non a caso si è sentita la necessità di inventare e utilizzare le emoticons, e in particolare gli smiles, cioè le “faccine”, tristi, sorridenti, ammiccanti o imbronciate, che cercano in qualche modo di supplire alla totale indisponibilità del linguaggio del corpo.
Non è difficile immaginare che questa modalità comunicativa, improvvisamente deprivata del frutto di milioni di anni di adattamento evolutivo e di migliaia di anni di adattamento culturale, possa facilmente portare a equivoci e fraintendimenti, soprattutto su sentimenti e intenzioni, che normalmente vanno oltre il significato letterale delle parole. Un “sei un cretino!”, infatti, magari in risposta a una battuta, potrebbe rappresentare tanto una manifestazione di simpatia, quanto un insulto, a seconda della reazione del mittente e dello stato d’animo del ricevente. Per cui, guai a dimenticarsi le “faccine”! 







