7    Conclusioni

Le ricerche presentate sull’argomento sembrano confermare agevolmente l’ipotesi di lavoro alla base di questo studio: l’omosessualità costituisce un significativo fattore di rischio per problemi psicologici come disturbi d’ansia, depressione, comportamento suicidario, abuso di alcool e di sostanze; comporta inoltre un maggior rischio di violenze, persecuzioni, discriminazioni, abbandoni scolastici, esposizione a infezioni sessualmente trasmissibili.

Nel corso dell’analisi è anche chiaramente emerso come in realtà alla base di gran parte (se non della totalità) dei problemi di cui fanno esperienza le minoranze sessuali, ci siano i sentimenti omofobici. Questo rifiuto del “diverso”, che riguarda anche sé stessi, è infatti profondamente radicato negli animi, nella storia, nella cultura, nella società e come un fiume profondo attraversa e separa l’umanità, arroccata sulle sue opposte sponde[31].

Nell’osservare l’ansioso e ossessivo attaccamento agli schemi rigidi che caratterizza il comportamento umano, non si può non condividere la lungimirante e (per uno psicanalista dell’epoca) rivoluzionaria visione di Trigant Burrow, il quale già nel 1927 riconosceva l’esistenza di “... una società nevrotica, che obbliga gli individui a conformarsi ad una immagine sociale standard e impedisce comunicazioni creative e profonde, costringendo a modalità fisse e stereotipate di rapporto” (Badolato, Di Iulio, 1979, p. 31; corsivo degli autori).

Se si può quindi facilmente presumere che le tensioni e i conflitti indotti da questa continua pressione sociale possano creare dei problemi psicologici alla popolazione “allineata”, non deve stupire che i “diversi” presentino, come abbiamo visto, situazioni problematiche e patologie in misura ben maggiore.

Si potrebbe quindi ben affermare insieme a Chiara Simonelli (1999, p. 10) che “è il rifiuto sociale che rende l'omosessuale patologico, non la sua omosessualità”.

Dato questo quadro, appare davvero eccessivo l’impegno profuso dalla comunità scientifica per comprendere la natura dell’orientamento omosessuale. Sarebbe molto più utile, come afferma Lingiardi (1997), cercare di capire l’omofobia, la sua natura, le sue cause profonde, le sue dinamiche e fare così luce su un aspetto della psiche umana che indubbiamente evoca profondi disagi e conflitti, non solo tra gli eterosessuali.

Orientare il dibattito sull’omofobia potrebbe quindi favorire il lento cammino dell’umanità verso la foce di quel fiume che la separa, per arrivare a ritrovarsi insieme nel forse utopico mare della tolleranza, del rispetto reciproco, della coesistenza armoniosa e pacifica.

Si tratterebbe in definitiva di affrontare il problema più generale della gestione e della valorizzazione delle diversità. Un problema alla cui origine troviamo quella parte dell’uomo che diffida di ciò che non conosce, che non rientra negli schemi noti; un problema che entra anche in conflitto con le esigenze delle grandi organizzazioni umane, le quali sembrano temere che le “non conformità” di qualunque tipo (razza, cultura, genere, religione, ecc.) possano rendere più complesso il controllo e più precaria la stabilità.