Radici storiche e culturali dell'omofobia
Leggi punitive dell'omosessualità
Omofobia e ambiente di sviluppo psicosessuale
Con il termine “omofobia”[9] si fa usualmente riferimento alla tendenza fobica a evitare gli omosessuali e a considerare con disprezzo e disgusto tutto ciò che ha a che fare con l’omosessualità.
Lingiardi (1997) distingue anche tra omofobia “esterna”, che riguarda gli eterosessuali nei confronti degli omosessuali, e omofobia “internalizzata”, relativa all’esperienza di odio di sé sperimentata dagli omosessuali.
Secondo Isay (1989), questo atteggiamento riguarderebbe soprattutto gli uomini e andrebbe interpretato in chiave di aggressività evocata dall’ansia verso tutto ciò che viene percepito come “femminile” negli altri uomini e in sé stessi.
In effetti, in una società dominata da millenni dal maschilismo, gli stereotipi sociali correnti individuano soprattutto nelle caratteristiche “maschili”, quali l’intraprendenza, la determinazione, la freddezza, la razionalità, l’assertività, ecc., il modello cui riferirsi per poter dominare e raggiungere il successo.
Le caratteristiche “femminili” come l’affettività, la tenerezza, la sottomissione, la comprensione, l’empatia, l’intuizione, il senso estetico, il piacere sensuale, l’amore per le arti, la spiritualità, vengono percepiti spesso come limitanti e considerati più adatti alla donna, destinata a un ruolo sociale complementare e subalterno all’uomo.
L’espressione dei tratti “femminili” in un uomo è consentita e anche apprezzata solo per particolari categorie (addetti al mondo dello spettacolo, artisti, intellettuali, appartenenti al clero, ecc.) e in particolari ambiti e circostanze, come ad esempio nell’accudimento dei figli.
Il differente apprezzamento sociale per il “maschile” e il “femminile” è condiviso anche da gran parte delle donne, come è anche rivelato nel linguaggio corrente: “...quella è una che ha le palle!” è senz’altro considerato un apprezzamento sia da parte degli uomini che delle donne; mentre “... quello non ha le palle!” non è certo considerato un complimento, neppure se espresso da una donna.
Quando poi è la sessualità di un uomo a essere orientata in senso “femminile”, alla svalutazione può aggiungersi anche un viscerale e rabbioso odio difensivo, che si esprime con il disprezzo e il dileggio[10] e che ha come funzione quella di isolare il “traditore”, possibile e inquietante specchio della propria sessualità.
L'omofobia è da ritenersi quindi soprattutto una costruzione sociale e culturale, che però, come sarà illustrato nei paragrafi seguenti, condiziona in maniera determinante la qualità della vita e la salute psicologica delle minoranze sessuali.
Nell’antica Grecia l’omosessualità maschile era una pratica comune e nobile, purché praticata da un adulto degno e responsabile nell’ambito della formazione e dell’istruzione dei giovani adolescenti (paides) (Cantarella, 1999).
La pratica omosessuale tra maschi adulti, invece, anche se
largamente diffusa nella popolazione, non riceveva una completa approvazione
sociale, in particolare nei confronti di colui che nella coppia assumeva il
ruolo passivo; solo su questo infatti si appuntava il discredito e la
riprovazione sociale,
“…solo uno dei due era il vizioso, l’indegno, quello da ridicolizzare” (ibidem,
pag. 70).
Per il katatygōn, cioè il maschio passivo, Aristofane ha coniato nelle sue commedie termini come “culo largo” (europrōktoy), “culo a cisterna” (chaunoprōktoy), ecc., dando origine a quella nutritissima serie di epiteti offensivi e omofobici verso gli omosessuali maschi, di cui, come è stato accennato nel paragrafo precedente (cfr. nota 10), sono particolarmente ricchi i linguaggi delle popolazioni.
Anche presso gli antichi romani l’omosessualità maschile era ampiamente praticata e socialmente accettata, ma anche qui con precise regole e limitazioni.
Il romano, allevato sin dall’infanzia come un dominatore, doveva dimostrare la sua superiorità e la sua virilità anche sottomettendo sessualmente un altro uomo. Non però un uomo libero, anch’esso cittadino romano, ma uno schiavo, un prostituto o un nemico vinto (ibidem).
Anche i romani, tuttavia, influenzati dall’ellenizzazione in atto, avevano preso l’abitudine di corteggiare apertamente e sfacciatamente i ragazzi liberi e a praticare l’omosessualità anche tra adulti. Anche in questo caso la riprovazione, il dileggio e la condanna, seppure solo sociale, erano diretti unicamente al maschio passivo (molles).
A seguito dell’eccessivo diffondersi di queste pratiche, cominciarono ad apparire nell’Impero le prime leggi scritte repressive, tra cui la Lex Scatinia[11] del secondo secolo a. C., ampiamente disattesa, che prevedeva solo pene pecuniarie.
Successivamente le tappe della repressione omosessuale vengono così a delinearsi: nel 342 Costanzo e Costante con una costituzione stabilivano che gli omosessuali passivi fossero condannati alla castrazione; con il Codice Teodosiano del 438 gli omosessuali passivi venivano condannati ad essere arsi vivi; con le Istituzioni di Giustiniano del 533 venivano condannati a morte anche gli omosessuali attivi.
Per cercare una risposta a come si sia giunti a questa escalation repressiva nei confronti dell’omosessualità - non solo tollerata nei secoli ma, se attiva, considerata un segno di virilità - è necessario esaminare l’evoluzione del pensiero e della morale pagana e dell’insegnamento cristiano (ibidem).
Secondo Veyne (1968, 1985) e Rousselle (1983), come segnala Cantarella (1999), la morale pagana e i costumi sessuali dei romani nell’Alto Impero avevano subito una importante trasformazione già prima che il Cristianesimo si diffondesse.
Specie tra i liberi di condizione meno elevata era subentrato un nuovo codice morale sessuale basato sul rapporto matrimoniale e finalizzato esclusivamente alla riproduzione.
Nella cultura pagana era inoltre già presente l’ascetismo:
“Nell’orfismo e nel pensiero dei Pitagorici, nella
filosofia di Platone, e soprattutto nella cultura neoplatonica ... è possibile
cogliere un atteggiamento comune, rappresentato dalla convinzione che l’uomo
dovesse liberare l’anima dai condizionamenti del corpo, combattere i desideri e
resistere alle tentazioni ...” (Cantarella, 1999, p. 242).
Era sorta infine con Sorano, Rufo Galeno e Oribasio una nuova precettistica medica che vedeva nell'attività sessuale una pericolosa fonte di malattie e che prescriveva la continenza, se non l'astinenza sessuale, come condizione per mantenersi in buona salute (ibidem).
In questo quadro si inserisce l'insegnamento cristiano, sia attraverso i riferimenti all’Antico Testamento, con la condanna e la distruzione di Sodoma e Gomorra (Genesi, 19, 1, 29), ma soprattutto attraverso le lettere di Paolo (Romani, 1, 24, 27; I Corinzi, 6, 9, 10), il quale condanna ogni forma di omosessualità, sia maschile che femminile, sia attiva che passiva, giudicandole contro natura. Veniva così introdotta la nuova fondamentale dicotomia eterosessualità/omosessualità, che prendeva il posto dell'antica opposizione tra attività e passività (Cantarella, 1999).
Il Cristianesimo quindi, inserendosi nel quadro più generale del rifiuto dei “piaceri della carne”, limitò drasticamente e definitivamente i rapporti leciti a quelli matrimoniali in funzione procreativa.
Come è stato illustrato nel paragrafo precedente, la
politica imperiale si adeguò gradualmente alle prescrizioni cristiane, fino a
che con Giustiniano l’omosessualità fu definitivamente proibita in tutte le sue
forme.
Le leggi emanate successivamente nel mondo cristiano e non cristiano, fino ai giorni nostri, hanno continuato a prevedere pene anche particolarmente severe nei confronti degli atti di omosessualità.
Nella maggior parte degli stati africani e asiatici l'omosessualità è ancora considerata un crimine punibile con il carcere, anche a vita (Uganda, Bangladesh, India, Pakistan), o addirittura con la pena di morte (Sudan, Mauritania, Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran) comminata, per i paesi islamici, attraverso lapidazione, secondo quanto prevede la Sharia (Amnesty International, 2003; Pedote, Lo Presti, 2003).
Ma anche in ben diciotto stati USA vige ancora una legge
sulla sodomia che proibisce le pratiche sessuali orali e anali per coppie non
sposate, con pene detentive anche elevatissime[12].
In Europa, tranne in Bulgaria e Turchia, sono state abrogate (in alcuni casi solo recentemente) le norme più punitive, rendendo legali i rapporti omosessuali tra individui consenzienti al di sopra di una certa età (dai 14 ai 18 anni, a seconda dei paesi) (Pedote, Lo Presti, 2003).
Le leggi repressive e l'atteggiamento omofobico dominante che è stato alimentato e sostenuto da esse, ha portato nei secoli a innumerevoli episodi persecutòri e di violenza nei confronti degli omosessuali, di cui Pedote e Lo Presti (2003) riportano numerose testimonianze.
Tra queste non si possono non citare le persecuzioni naziste, iniziate massicciamente nel 1934 per ripulire la nazione tedesca dalla “piaga omosessuale” (Goretti, 2000). Secondo Lautmann (1984), sulla base di stime statistiche è realistico parlare di circa centomila arresti di omosessuali, cinquantamila condanne, trentamila deportati e quindicimila vittime nei campi di sterminio.
Di grande intensità e drammaticità è la testimonianza autobiografica di un omosessuale,
deportato in un campo di concentramento dal 1939 al 1945:
“I detenuti erano contrassegnati con un
triangolo colorato, a seconda del loro reato o della loro provenienza. … I
colori dei triangoli erano: … rosa per gli omosessuali, marrone per gli
zingari. I triangoli rosa però erano più grandi degli altri di circa due o tre
centimetri: infatti dovevano essere riconoscibili come finocchi anche da
lontano. I triangoli gialli, rosa e marrone erano i detenuti che più spesso e
più intensamente erano vittime dei supplizi e delle botte delle SS e dei Kapò.
Venivano definiti la feccia dell'umanità. Ma in assoluto la feccia più lurida
eravamo noi, gli uomini col triangolo rosa. Se un omosessuale veniva mandato in
infermeria non ne usciva quasi
Un altro esempio emblematico di persecuzione fu quello che dovette subire Alan Turing a causa della sua omosessualità.
Formatosi
all’università di Cambridge come logico e matematico, nel
Ancora oggi sono numerosissimi in tutto il mondo gli episodi di violenza, di persecuzione e discriminazione contro persone accusate di omosessualità che sono denunciati dalle organizzazioni umanitarie, dalle organizzazioni omosessuali, dai mezzi di informazione.
Peraltro la Chiesa prende atto che “… un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione “ (ibidem, art. 2358).
La Chiesa accoglie quindi amorevolmente i figli con tendenze sessuali “disordinate”, la cui causa remota deve ricercarsi nel peccato originale. Gli omosessuali, tuttavia, per salvarsi da una “ … forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli …” (Congregazione per la Dottrina della Fede, 1986, art. 12), sono chiamati, come peraltro gli altri cristiani non sposati, a vivere in castità (ibidem; Gahl, 2005).
In una cultura dominata da millenni da maschilismo, omofobia e stereotipi di genere, è ragionevole ritenere che la famiglia e i pari svolgano un ruolo determinante nello sviluppo precoce e nell'interiorizzazione di sentimenti omofobici, soprattutto nei confronti dei bambini di sesso maschile. Emblematico, infatti, è il classico rimprovero “... non fare la femminuccia!”, utilizzato dai genitori verso il maschietto quando piange. Invece, il “... sembri un maschiaccio!”, rivolto alla bambina particolarmente determinata e intraprendente, può tranquillamente essere considerato un malcelato complimento.
Oltre che a casa, anche a scuola il bambino si trova ben presto a doversi confrontare con i comportamenti e i modi di essere considerati socialmente accettabili per un maschietto.
Se non ama i giochi violenti o preferisce star solo o in compagnia delle bambine o rifiuta la logica del gruppo (o del branco), viene isolato o fatto oggetto del dileggio e del disprezzo dei pari per non essere un vero “maschio”.
In una recente ricerca, Plummer (2001) ha dimostrato come epiteti spregiativi riferibili a mancanza di mascolinità come “faggot” o “poofter” (traducibili con gli equivalenti volgari di omosessuale, come “finocchio”, ecc.) siano ampiamente e precocemente utilizzati tra i pari e siano considerati i peggiori insulti possibili per un ragazzo.
C'è da chiedersi, al riguardo, in che misura questo atteggiamento omofobico possa esso stesso contribuire alla determinazione dell'orientamento sessuale. Come infatti afferma Dèttore (2001, p. 162), l'orientamento sessuale “... è in parte, ma non del tutto, legato all'identità e al ruolo di genere e ne è altrettanto in parte dipendente in un circuito riverberante di cui è impossibile determinare il punto d'inizio”.
Il ragazzo che si senta sessualmente attratto da persone dello stesso sesso affronterà l'adolescenza con particolare difficoltà e angoscia. Osserva infatti Isay (1989, p. 46):
“... nella maggior parte
dei casi egli entra nello stadio adolescenziale oppresso da un senso di colpa
superiore a quello dei ragazzi eterosessuali, in quanto avverte che i suoi
impulsi e le sue sensazioni sessuali sono differenti da quelli provati dai
membri della sua famiglia e dai suoi coetanei. Spesso la sua autostima è già
stata colpita dal rifiuto di suo padre, da quello di altri ragazzi, dalla
percezione e definizione che egli ha sviluppato di se stesso come ‘diverso’, e
dall'interiorizzazione dei pregiudizi e dei preconcetti sociali. Sono queste
esperienze precoci che lo portano a ritenere la propria sessualità come
qualcosa di immorale o di disgustoso e quindi a pensare di essere perverso o
malato; in sostanza, per l'adolescente gay è difficile avere un' autostima
sufficiente per consentirgli di riconoscere di essere omosessuale senza
eccessiva sofferenza e ritardo[13]
Spinto dal bisogno di socializzare e di aprirsi con i pari, si troverà inoltre di fronte al conflitto tra il mostrare una “normalità” inesistente, reprimendo le proprie pulsioni affettive e sessuali, e il manifestare le proprie tendenze, affrontando come conseguenza il rischio della condanna e della stigmatizzazione sociale, del dileggio dei pari, dell'emarginazione, delle discriminazioni, delle violenze e degli abusi (Jordan, 1997; Martin, Hetrick, 1998).