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Fattori biologici e costituzionali
Il tema dell’orientamento sessuale, così come quello degli altri aspetti della personalità, ha visto più volte oscillare il dibattito tra natura e cultura, tra determinismo costituzionale e influssi ambientali, tra essenzialismo e costruzionismo sociale[5].
Esaminando i corsi e ricorsi storici, Lingiardi (1997)
osserva come con Freud si sia spostato il fuoco della ricerca
sull’omosessualità dal piano fisiologico a quello psicologico, mentre
attualmente si tende di nuovo a dare maggiore enfasi agli aspetti biologici
costituzionali e ambientali, eccedendo spesso nel riduzionismo biologico, cioè “... [nel]l’idea che qualcosa di così complesso come per
esempio l’orientamento sessuale possa essere spiegato adeguatamente o
unicamente per mezzo dell’anatomia, della genetica, degli ormoni o della
fisiologia, sottovalutando l’importanza degli aspetti psicologici, culturali e
sociali ...” (p. 17).
E’ da ritenere infatti che le ricerche in campo biogenetico siano ancora troppo esili per consentire di affermare che l’orientamento sessuale sia di derivazione prevalentemente costituzionale (ibidem); quindi “... nel campo dell’orientamento sessuale, come più in generale nel campo della formazione della personalità, sembra più plausibile riferirsi a un modello multidimensionale di tipo bio-psico-sociale, in cui i tratti temperamentali si uniscono alle variazioni postnatali dello sviluppo psichico e all’influenza della cultura e dell’ambiente circostanti” (pp. 16-17).
Anche Chiara Simonelli (1999, p. 10) si pone nella stessa
ottica quando afferma che
“l'omosessualità, esattamente come l'eterosessualità, ha una determinazione
multifattoriale, dovuta all'interazione circolare di diverse istanze,
biologiche, genetiche, psicologiche, antropologiche, culturali”.
Le posizioni sopra citate possono essere considerate un punto di raccordo e di sintesi delle numerose teorie e dei risultati delle ricerche sul tema dell’orientamento sessuale, cui si farà sinteticamente cenno nei paragrafi seguenti.
Freud espone per la prima volta le sue teorie sulla sessualità nel 1905 nei Tre saggi sulle teorie sessuali, definendo, tra l’altro, le aberrazioni (o perversioni) sessuali, tra cui include l’omosessualità, da lui definita “inversione”.
Circa la natura dell’inversione, Freud ne evidenzia il carattere innato, in particolare riguardo l’inversione “assoluta”, in cui l’oggetto può essere solo omosessuale.
Con le integrazioni apportate ai Tre saggi nel 1914 sostiene inoltre la potenziale bisessualità dell’essere umano e la natura non patologica dell’omosessualità. Afferma infatti con particolare lungimiranza e coraggio:
“L’indagine psicoanalitica si rifiuta con grande
energia di separare gli omosessuali come un gruppo di specie particolare dalle
altre persone. Essa, studiando eccitamenti sessuali diversi da quelli che si
manifestano, sa che tutte le persone sono capaci di scegliere un oggetto
sessuale dello stesso sesso e hanno anche fatto questa scelta nell’inconscio.
Anzi, i legami di sentimenti libidici con persone dello stesso sesso hanno come
fattori nella vita sessuale normale un’importanza non minore di quelli che si
rivolgono al sesso opposto…” (Freud, 1905, nota 15, pp. 27-28).
Per fugare qualsiasi dubbio sul proprio punto di vista, inoltre aggiunge:
“Nel senso
della psicoanalisi, dunque, anche l’interesse sessuale esclusivo dell’uomo per
la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una
cosa ovvia da attribuire a un’attrazione fondamentalmente chimica…” (ibidem).
Andando oltre ed introducendo degli inevitabili margini di ambiguità, Freud considera comunque l’omosessualità adulta come esito di un arresto dello sviluppo psicosessuale: l'omosessuale (maschio) non è riuscito a risolvere il complesso edipico, non è cioè arrivato a desiderare una donna come la madre attraverso l'identificazione con il proprio padre.
Freud elenca una serie di possibili motivazioni inconsce alla base del mancato completamento dello sviluppo, tra cui la fissazione alla madre, una scelta oggettuale narcisistica, l’incapacità di tollerare l’assenza del pene nella donna, la soggezione o la paura nei confronti del padre (Freud, 1921).
Questi aspetti patologici furono ripresi ed esaltati dal pensiero psicoanalitico statunitense degli anni '50 e '60, il quale, in un contesto sociale prevalentemente omofobico, sosteneva la naturale e costituzionale eterosessualità dell'uomo, ritenendo l'omosessualità una sorta di ritiro patologico, difensivo e fobico dalle paure di castrazione (Mitchell, Black, 1995). I disturbi evolutivi precoci che conducono all’omosessualità, inoltre, sono anche all’origine dei gravi disturbi della personalità di cui tutti gli omosessuali si ritiene che soffrano. Conseguentemente, analisti come Bimbe, Hatterer, Ovesy, Rado, Socarides, adottavano un approccio direttivo-suggestivo per tentare di convertire i pazienti all'eterosessualità.
Negli anni successivi si è assistito ad un progressivo superamento di questo approccio, anche ad opera di psicoanalisti come Isay (1989), il quale, rifiutando la tradizionale ottica psicoanalitica, sostiene che l’omosessualità è una variante non patologica della sessualità umana e che l’espressione della sessualità negli omosessuali è un fattore normale e utile alla loro maturazione. Ritiene inoltre che mentre gli aspetti costituzionali determinano l’orientamento sessuale, i fattori ambientali influiscono soprattutto sul modo con cui la sessualità viene espressa. Ammette tuttavia che “... come tutte le forme d’amore, l’omosessualità rimane misteriosa ed elude la nostra piena comprensione” (ibidem, p. 21).
Per Isay, alla base dell’orientamento omosessuale del maschio c’è una un’intensa, costituzionale attrazione affettiva e poi erotica per il padre, che viene però presto censurata dal bambino e sostituita da vissuti abbandonici.
Spesso questo eccessivo attaccamento provocherà realmente delle reazioni di fastidio e di rifiuto da parte del padre, soprattutto a causa del comportamento “femminile” che il bambino tende ad adottare nel tentativo di attrarne l’attenzione.
Comunque, spiega Isay, questo non deve far pensare che all’origine dell’omosessualità vi sia una qualche distorsione del modello educativo. E’ piuttosto la naturale costituzione del bambino che determinerà il suo orientamento sessuale.
Al riguardo Isay riferisce che una gran parte dei suoi pazienti gay ricordano che da bambini non amavano i giochi violenti, si percepivano più “sensibili” degli altri, amavano la musica, le arti, preferivano giocare con le bambine, si sentivano “diversi” dai loro coetanei[6].
Kohut (1976, 1979), pur non occupandosi direttamente di omosessualità, riconosce nella capacità di empatia della madre il principale strumento di costruzione del “Sé-grandioso” infantile, con il quale il bambino può percepirsi infinitamente integro e perfetto. Così pure è di grande importanza l’atteggiamento empatico del padre, il quale, offrendosi al bambino come “Oggetto-Sé” idealizzato, consente al Sé del bambino di formarsi come struttura ordinatrice individuale.
Schellenbaum (1991), riferendosi al pensiero di Kohut, individua nel bambino un “Sé-speculare”, che si incarna inizialmente nella madre, e un “Sé-guida” che si incarna inizialmente nel padre.
Se la madre non riflette sufficientemente il figlio nella sua mascolinità o se il padre non gli offre una valida immagine guida per la sua costruzione del Sé maschile, allora si creano le condizioni per una “fissazione” dell’omosessualità, caratterizzata dalla ricerca ossessiva del maschio e da comportamenti promiscui che presentano tutti i tratti caratteristici di una situazione “morbosa[7]
La mancata percezione del Sé maschile determina nell’omosessuale “fissato” l’oscuramento della sua “personalità del Sé”:
“Egli non si
esperisce sufficientemente vivo e reale nella sua totalità psicofisica. …
L’omosessuale fissato non è estraneo al mondo perché fugge la donna, ma perché
è estraneo a sé stesso, inconsapevole della sua totalità maschile …” (ibidem,
p. 39).
L’omosessuale “fissato” vive quindi la sua personalità maschile centrale all’esterno, anziché all’interno, cercando in un altro maschio la personalità maschile del Sé che nell’infanzia non è stata sufficientemente rispecchiata e incoraggiata.
L’omosessuale “integrato”, invece, nell’incontro con un altro uomo vede riflessa la propria mascolinità, si sente accettato e confermato in tutta la sua personalità ed è in grado di stabilire rapporti umani affettivi e sessuali maturi analoghi a quelli eterosessuali.
Per Jung l’omosessualità deriva da un’identificazione con le componenti controsessuali, che nel maschio sono rappresentate dalla sua “Anima” e nella femmina dal suo “Animus”. La personalità di un uomo identificato con l’Anima assume una inclinazione femminile che lo indurrà a ricercare un partner maschile; il contrario succede con la donna identificata con il suo Animus (Galimberti, 1999).
Pur concordando sostanzialmente con Freud circa
l’“infantilismo del carattere” all’origine dell’omosessualità nell’adulto
(Lingiardi, 1997), Jung riconosce al maschio omosessuale numerose doti positive
derivanti dall’elemento femminino più sviluppato: senso estetico, capacità di
immedesimazione, senso della storia con culto dei valori del passato, “... senso dell’amicizia
che tra le anime maschili crea legami di sorprendente tenerezza” (Jung,
Secondo Galimberti (1999), i sostenitori di questa tesi ritengono che il passaggio all’eterosessualità sia sostanzialmente indotto dall’influenza repressiva sul bambino dell’ambiente socio-familiare.
“L’ambiente in cui viviamo (in primo luogo la famiglia,
cellula del tessuto sociale) è eterosessuale: in quanto tale costringe il
bambino, colpevolizzandolo, a rinunciare alla soddisfazione dei propri desideri
auto e omoerotici e lo obbliga a identificarsi con un modello monosessuale di
tipo eterosessuale mutilato ... Si nasce dotati di una disponibilità erotica
amplissima, rivolta prima di tutto verso sé stessi e la madre e poi via via
rivolta verso ‘tutti’ gli altri, indipendentemente dal loro sesso...” (Mieli,
1977, pp. 7-8).
Anche Gainotti (2001, pp. 24-25) ritiene che “la sessualità umana non
risponde soltanto a un semplice impulso biologico, ma si lega al pensiero, agli
affetti, alle emozioni e soprattutto alla cultura ... Se l'essere umano nel suo
comportamento sessuale è quasi totalmente libero dalla biologia, è invece
fortemente condizionato dalla società e dalla cultura”.
Negli ultimi anni, come già accennato nel paragrafo 4.1, si sono intensificate le ricerche in campo biologico, genetico e neurofisiologico per evidenziare la possibile origine o predisposizione biologica dell’omosessualità.
Rahman e Wilson (2003a) riportano in un’ampia rassegna i risultati di numerose ricerche, che hanno evidenziato, tra l’altro, due importanti correlati dell'orientamento sessuale: i “comportamenti infantili non conformi al genere” (Childhood Gender Nonconformity - CGN) e, relativamente ai soli maschi, l'ordine di nascita tra fratelli.
Numerosi studi (Bailey, Zucker, 1995; Berenbaum, Hines, 1992; Berenbaum, Snyder, 1995; Zucker, Bradley, 1995) hanno dimostrato l'esistenza di una relazione diretta tra omosessualità maschile nell'adulto e preferenze di giochi e comportamenti “femminili” nell'infanzia e, analogamente, tra omosessualità femminile e preferenza di giochi e comportamenti “maschili” nelle bambine.
Una possibile spiegazione di questo legame viene proposta da Bem (1996, 2000) nella sua teoria “Exotic Becomes Erotic” (EBE), recentemente riconfermata da Dunne, Bailey, Kirk, Martin (2000), in cui si ipotizza che l'orientamento sessuale non venga influenzato direttamente da variabili biologiche (geni od ormoni prenatali), ma indirettamente dal temperamento del bambino, che lo porterebbe a preferire giochi e attività conformi o meno al genere di appartenenza.
Di conseguenza, i bambini conformi al genere, preferendo condividere tali attività con i coetanei che mostrano le loro stesse preferenze, si sentono diversi dai bambini dell'altro sesso e, viceversa, i bambini il cui comportamento non è conforme al genere, si sentono diversi da quelli dello stesso sesso.
Questi sentimenti di diversità provocano un'elevazione dei livelli di attivazione fisiologica, che si esprime nei confronti del sesso opposto da parte dei bambini con comportamento conforme al genere e, viceversa, nei confronti dello stesso sesso da parte dei bambini con comportamento non conforme al genere.
Proseguendo nello sviluppo, questa attivazione, dovuta alle sensazioni di non conformità (essere “esotico”), viene a poco a poco mutata in attrazione erotica, indirizzando così il bambino verso uno sviluppo in senso eterosessuale o omosessuale[8].
In un recente studio su un ampio campione di gemelli Australiani, Bailey, Dunne e Martin (2000) hanno rilevato una significativa ereditarietà dei comportamenti infantili non conformi al genere, facendone quindi ipotizzare un'origine almeno parzialmente genetica.
Numerose ricerche hanno evidenziato la presenza di un maggior numero di fratelli maggiori tra gli uomini omosessuali rispetto agli eterosessuali (Bailey, Pillard, Dawood, Miller, Farrer, Trivedi, Murphy, 1999; Blanchard, 1997; Bogaert, 1998; Ellis, Blanchard, 2001; Purcell, Blanchard, Zucker, 2000).
Blanchard (2001) ha recentemente stimato che le probabilità per una coppia di avere un figlio omosessuale si incrementano dal 2%, che corrisponde alla prevalenza di omosessualità stimata dall’autore per il primo figlio maschio, al 6% per il quinto figlio maschio.
Per spiegare questo fenomeno è stata elaborata una teoria che fa riferimento a meccanismi di tipo immunitario simili a quelli che si sviluppano in caso di incompatibilità per il fattore RH tra il sangue della madre e quello fetale. In particolare, la presenza di prodotti specifici del feto maschio provocherebbe una reazione immunitaria materna che aumenterebbe progressivamente di intensità nelle successive gravidanze di feti maschi.
Inizialmente si ipotizzò che fosse il testosterone a stimolare la produzione di anticorpi materni, i quali, attraversando la placenta, avrebbero ridotto l’attività biologica dell’androgeno, alterando così la differenziazione del cervello fetale. Ipotesi più recenti (Blanchard, Bogaert, 1996; Blanchard, Classen, 1997) fanno riferimento a un antigene fetale del complesso minore di istocompatibilità specifico maschile, legato al cromosoma Y (antigene H-Y).
Come fanno notare Rahman e Wilson (2003a), spiegazioni psicosociali dell’omosessualità legate all’ordine di nascita tra fratelli, come una maggiore possibilità di interazioni sessuali con i fratelli maggiori, non hanno finora trovato riscontri empirici (Blanchard, 1997; Dawood, Pillard, Horvath, Revelle, Bailey, 2000).
Rahman e Wilson (2003a) riferiscono anche di ulteriori ricerche riguardanti la natura dell’orientamento sessuale, in cui se ne evidenziano le caratteristiche di familiarità: gli uomini omosessuali presentano circa il 15% in più di fratelli omosessuali rispetto agli eterosessuali e le donne omosessuali presentano circa il 10% in più di sorelle omosessuali (Bailey, Bell, 1993; Bailey, Benishay, 1993; Bailey et al., 1999; Pattatucci, Hamer, 1995).
Altri studi condotti su gemelli monozigoti e dizigoti evidenziano le caratteristiche parzialmente genetiche di questa familiarità (Bailey, Dunne, Martin, 2000; Bailey, Pillard, 1991; Bailey, Pillard, Neale, Agyei, 1993; Kendler, Thorton, Gilman, Kessler, 2000; Kirk, Bailey, Dunne, Martin, 2000; Whitam, Diamond, Martin, 1993). Sintetizzando i risultati di tali ricerche, Rahman e Wilson (2003a) indicano tra il 30% e il 50-60% la varianza della familiarità nell’orientamento sessuale da attribuire a cause genetiche.
La restante parte di varianza non sembra attribuibile a fattori psicosociali quali contatti incestuosi, dominanza materna o distanza emotiva dal padre. In una recente ricerca su fratelli omosessuali, Dawood et al. (2000) non sono infatti riusciti a dimostrare alcuna trasmissione “per contagio” dell’omosessualità a livello familiare. Anche da una ricerca di Bailey, Barbow, Wolfe e Mikach (1995) l’influenza paterna sull’orientamento sessuale risulterebbe minima: oltre il 90% dei figli di padri omosessuali sono evoluti in senso eterosessuale. Queste evidenze, secondo Rahman e Wilson (2003a), sono in accordo con i risultati delle ricerche degli ultimi 50 anni.
Riguardo una possibile componente genetica dell’omosessualità, numerosi studi (Hamer, Hu, Magnuson, Hu, Pattatucci, 1993; Hu, Pattatucci, Patterson, Li, Fulker, Cherny, Kruglyak, Hamer, 1995; Rice, Anderson, Risch, Ebers, 1999; Turner, 1995) hanno messo in evidenza la possibile influenza sull’orientamento sessuale maschile di geni legati al cromosoma X, in particolare nella regione Xq28. Hamer (1999) ha stimato che circa il 64% di fratelli omosessuali hanno in comune alleli in questa regione.
Anche se per l’omosessualità femminile il discorso si mostra più complesso, sembra confermato che l’orientamento sessuale abbia una significativa componente genetica, che può essere localizzata sul cromosoma X, la quale è probabile che influenzi lo sviluppo e la funzionalità dei recettori cerebrali degli steroidi prodotti dalle gonadi (Saifi, Chandra, 1999).
In presenza di androgeni prenatali, questa differenziazione recettoriale determinerebbe, in diversi gradi, la mascolinizzazione del cervello fetale, orientandone l'organizzazione in senso tipico maschile e determinando le future modalità comportamentali tipiche del maschio, incluse le preferenze sessuali e gli interessi infantili.
Sulla base di queste ipotesi, l'omosessualità maschile deriverebbe da un insufficiente effetto mascolinizzante degli androgeni in stadi precoci dello sviluppo e l'omosessualità femminile da un loro eccessivo effetto (Collaer, Hines, 1995; Ellis, Ames, 1987).
Numerosi altri studi (Allen, Gorski, 1991, 1992; Breedlove, 1992; Byne, Lasco, Kemether, Shinwari, Edgar, Morgello, Jones, Tobet, 2000; Byne, Tobet, Mattiace, Lasco, Kemether, Edgar, Morgello, Buchsbaum, Jones, 2001; LeVay, 1991; Matsumoto, 2000; Swaab, Hofman, 1990, 1995; Witelson, 1989; Witelson, Goldsmith, 1991) hanno messo a confronto l'anatomia cerebrale maschile e femminile e hanno evidenziato collegamenti con l'omosessualità nel dimorfismo di alcune aree, quali il nucleo soprachiasmatico (SCN), il terzo nucleo interstiziale dell'ipotalamo anteriore (INAH-3), il piano medio sagittale della commissura anteriore (AC), l'istmo del corpo calloso e il nucleo di base della stria terminale (BNST).
Rahman e Wilson (2003a) sottolineano che, pur potendo ragionevolmente affermare che gli uomini omosessuali mostrano una tendenziale atipicità sessuale in alcune regioni cerebrali, sono tuttavia necessari ulteriori studi a conferma, condotti con metodologie più omogenee e rigorose.
Non è inoltre da escludere che anche il comportamento sessuale adulto possa contribuire a qualcuna di queste differenziazioni (Woodson, Gorski, 2000).
Tra i possibili eventi ambientali che possono provocare preferenze sessuali sessualmente atipiche, viene classicamente citato lo stress materno durante la gravidanza, che altererebbe l'ambiente ormonale intrauterino, andando a interferire con il funzionamento dell'asse ipotalamico-adrenalinico-gonadale del feto e causando deviazioni dalla normale differenziazione sessuale (Dorner, Geier, Ahrens, Krell, Munx, Sieler, Kittner, Muller, 1980; Dorner, Schenk, Schmiedel, Ahrens, 1983; Ellis, Cole-Harding, 2001).
Un'altra teoria sulle origini dell'omosessualità presentata nella citata rassegna (Rahman e Wilson, 2003a) chiama in causa l'instabilità nello sviluppo, cioè il grado di vulnerabilità di un organismo agli stress ambientali e genetici durante lo sviluppo fetale (Lalumiere, Blanchard, Zucker, 2000; Moller, Swaddle, 1997).
Lalumiere et al. (2000) hanno proposto un’ampia meta-analisi di più di 20 studi in cui sono stati individuati alcuni indicatori di instabilità nello sviluppo - quali asimmetrie in tratti somatici bilaterali (ad esempio nelle dita), caratteristiche atipiche di lateralità cerebrale, mancinismo, ecc. - che hanno mostrato correlazioni con l’omosessualità nell’adulto.
Il citato studio di Lalumiere et al. (2000) ha in particolare evidenziato che le donne omosessuali e gli uomini omosessuali presentano rispettivamente il 90% e il 40% in più di probabilità di essere mancini rispetto alle popolazione eterosessuale.
Le ricerche sul dimorfismo delle dita delle mani e in particolare sulla lunghezza dell'indice e dell'anulare, hanno evidenziato che il loro rapporto (2D:4D) risulterebbe inversamente proporzionale al grado di mascolinizzazione del feto durante lo sviluppo (Manning, Barley, Walton, Lewis-Jones, Trivers, Singh, Thornhill, Rohde, Bereczkei, Henzi, Soler, Szwed, 2000; Manning, Scutt, Wilson, Lewis-Jones, 1998; Rahman, Wilson, 2003b; Robinson, Manning, 2000; Williams, Pepitine, Christensen, Cooke, Huberman, Breedlove, Breedlove, Jordan, Breedlove, 2000).
Nel complesso, i dati suggeriscono che le donne omosessuali sono esposte a un maggior grado di mascolinizzazione delle eterosessuali (presentano cioè un rapporto 2D:4D minore delle donne eterosessuali) e che i maschi omosessuali possono anche essere sovra-mascolinizzati (Rahman, Wilson, 2003a).