Normale e patologico nell’omosessualità
Riferimenti etnici e culturali
Considerazioni sui costumi sessuali
Dèttore (2001) definisce l'orientamento sessuale come la tendenza della persona a rispondere con attivazione o interesse sessuale a stimoli suscitati da “oggetti” (persone o anche cose o situazioni). La dimensione più saliente dell'orientamento sessuale è quella costituita dal sesso del proprio partner e su questa base è possibile classificare una persona come eterosessuale, omosessuale o bisessuale.
L'American Psychological Association (2005) include nell’orientamento sessuale anche le dimensioni emozionali, sentimentali e affettive.
Entrambe le fonti sottolineano come l'orientamento sessuale vada distinto dall'identità di genere (la percezione psicologica di sé di essere maschio o femmina) e dal ruolo di genere (l'aderenza alle norme e agli stereotipi sociali e culturali del comportamento maschile e femminile).
Inoltre esso va distinto dai comportamenti sessuali. Le persone, infatti, come sarà successivamente approfondito nel paragrafo 6.1.1.1, non sempre esprimono nei comportamenti il loro orientamento sessuale.
Con i termini “omosessualità”, “omosessuale” e “minoranze sessuali” si farà riferimento sia all’orientamento che ai comportamenti omosessuali, in quanto entrambi sono implicati nella valutazione dei fattori di rischio, oggetto di questo studio.
Come già accennato, l'American Psychiatric Association (APA) e il World Health Organization (WHO) hanno derubricato l’omosessualità come disturbo specifico.
La condizione di insoddisfazione o di disagio che la persona sperimenta rispetto al proprio orientamento sessuale continua tuttavia a essere considerata come un disturbo. Nell'ICD-10 (WHO, 1993) è previsto infatti l’“Orientamento sessuale egodistonico” nel capitolo dedicato ai “Disturbi della personalità”, mentre nel DSM-IV-TR (APA, 2000) questa condizione viene ricompresa tra i “Disturbi sessuali non altrimenti specificati”.
Vere e proprie psicopatologie sono invece considerate le “Parafilie”, che secondo il DSM-IV-TR hanno la caratteristica persistente, ricorrente (per un periodo di almeno sei mesi) ed esclusiva di riferirsi a oggetti o esseri viventi non umani (feticismo, zoofilia), a bambini (pedofilia, pederastia) o altre persone non consenzienti (esibizionismo, voyeurismo, frotteurismo[2]), o di ricevere e/o infliggere un'autentica sofferenza fisica o morale (sadismo, masochismo) o di richiedere comportamenti particolari sessualmente eccitanti.
E' da notare che alcuni di questi disturbi possono essere egosintonici; possono cioè non causare alcun disagio nelle varie aree esistenziali di chi li presenta.
Per una diagnosi differenziale tra i comportamenti sessuali normali e patologici, Dèttore (2001, p. 211) sottolinea che
“le
parafilie vanno senza dubbio distinte dalle fantasie erotiche, a carattere più
o meno spinto o anche 'perverso', che ... sono normali e presenti nella maggior
parte delle persone. Tali fantasie o comportamenti sono parafilici quando
creano distress o comunque danneggiano il soggetto: sono obbligati o necessari
per provare eccitamento sessuale, portano ad atti contro la legge, coinvolgono
persone non consenzienti, danneggiano le relazioni interpersonali”.
Anche Kernberg (1992, p. 286) ritiene che ci si debba riferire alla perversioni solo quando per raggiungere il soddisfacimento sessuale siano necessari “comportamenti fissi, ripetitivi e coatti”.
Marcelli e Braconnier (1999), riportano la posizione di Lebovici e Kreisler[3], secondo i quali il termine “omosessuale” dovrebbe essere usato solo per gli adolescenti che si dedicano a pratiche omoerotiche in modo esclusivo e ripetuto.
Non devono pertanto essere considerati omosessuali gli adolescenti che hanno contatti omosessuali isolati, o che vivono esperienze sia omosessuali che eterosessuali, né coloro che non ripetono queste esperienze.
Il naturale sviluppo psicosessuale passa infatti attraverso la transitoria incertezza nella scelta dell’oggetto sessuale e la molteplicità delle condotte sessuali, che possono oscillare tra eterosessualità e omosessualità.
Nell’ottica delle relazioni oggettuali, infine, un comportamento sessuale può essere definito “perverso” o “normale”, non tanto sulla base delle preferenze o dell'orientamento sessuale, quanto sulla base della qualità della relazione. “Il problema teorico dell’omosessualità viene così implicitamente lasciato cadere a favore di un’analisi della qualità della relazione indipendentemente dal suo oggetto: dove c’è relazione (oggettuale) non c’è perversione” (Lingiardi, 1997, p. 12; il corsivo è dell’autore).
Riferendosi a ricerche effettuate nei confronti di società più o meno primitive (Broude, Green, 1980; Ford, Beach, 1951; Gregersen, 1982), Dèttore (2001) rileva come le pratiche omosessuali maschili siano ampiamente diffuse e tollerate, in particolare nella forma della pederastia o del “paticismo[4]
Schultz e Lavenda (1998), inoltre, riferendosi agli studi
etnologici di Shepherd (1987), segnalano come tra i 50.000 abitanti musulmani
di lingua swahili di Mombasa, nel Kenya, le relazioni omosessuali maschili e
femminili siano perfettamente accettate e praticate e che “... a nessuno passerebbe
per la testa di ipotizzare che le scelte sessuali abbiano effetto su capacità
professionali, affidabilità e devozione religiosa” (Shepherd, 1987, p. 241).
Anche Gainotti (2001), sulla base dei lavori di Money ed Ehrhardt (1972) e di Gregersen (1982), segnala le usanze sessuali di alcuni gruppi sociali in Indonesia e Nuova Guinea, che riflettono una visione completamente diversa dalla nostra riguardo a quello che è consentito e quello che è considerato tabù.
La tradizione dei Batak del Lago Toba, in Indonesia, prescrive infatti che i ragazzi, arrivati alla tarda fanciullezza, vadano a dormire insieme agli altri ragazzi e ai giovani adulti non sposati in case appositamente costruite. Qui vengono iniziati alla sessualità dai ragazzi più grandi con giochi omosessuali a due. I rapporti sessuali tra i membri del gruppo, che possono cambiare partner a rotazione, proseguono stabilmente fino a che il ragazzo decide di sposarsi.
Anche le ragazze, riunite in piccoli gruppi, vanno a dormire in casa di vedove o anziane, intrattenendo tra loro rapporti omosessuali.
E’ da notare che con tale organizzazione sociale vengono di fatto impediti i rapporti eterosessuali prematrimoniali, che sono invece rigorosamente proibiti e sanciti severamente.
Significativi sono anche i riti di passaggio all'età adulta in uso presso i Barauya della Nuova Guinea. I bambini, per separarsi dal legame carnale della madre, vengono segregati per dieci anni nella “casa degli uomini”. Durante questo periodo devono ingerire periodicamente lo sperma degli anziani, i quali in tal modo trasmettono al ragazzo la loro forza virile.
Come osserva la Gainotti (2001), mentre nella nostra cultura le relazioni omosessuali tra uomini sono percepite come una negazione di mascolinità, presso altre popolazioni avviene esattamente il contrario e i contatti sessuali tra uomini sono considerati necessari per il normale sviluppo psicosessuale.
Premesso che sarebbe di grande interesse poter disporre di specifiche ricerche al riguardo, è da osservare che la possibilità per l’adolescente di vivere ed elaborare le eventuali pulsioni omosessuali senza sensi di colpa, senza condanna sociale e senza attacchi alla propria mascolinità, potrebbe effettivamente favorirne la maturazione psicosessuale. Mentre, al contrario, un forte e conflittuale, anche se temporaneo desiderio non soddisfatto in questo senso, potrebbe contribuire al consolidarsi di un orientamento omosessuale.