“Bisognerebbe affrontare questo
argomento più spesso di adesso o in passato perché possa essere di aiuto a
coloro che sono omosessuali e che non lo accettano o non vengono accettati
dalla comunità, in fin dei conti anche loro meritano di vivere una vita all’insegna
della felicità”.
(Dalle risposte libere al Questionario sull’orientamento sessuale in adolescenza)
Le diverse teorie psicologiche che si sono succedute nel tempo hanno interpretato l’orientamento sessuale in vario modo: Freud (1905), concordando con Platone, sosteneva la fondamentale bisessualità degli esseri umani; tuttavia considerava l'omosessualità una variante della funzione sessuale causata da un certo arresto dello sviluppo psicosessuale.
Nella società omofobica americana degli anni cinquanta e sessanta, la maggior parte degli psicoanalisti postfreudiani sosteneva che l’uomo è costituzionalmente eterosessuale e che l'omosessualità è una sorta di ritiro patologico, difensivo e fobico dalla paura di castrazione. Veniva pertanto propugnato e applicato un approccio psicoanalitico direttivo-suggestivo volto a mutare l'orientamento sessuale dei pazienti (Mitchell, Black, 1995).
Nel 1973 l’associazione psichiatrica americana decide ufficialmente, non senza resistenze e conflitti, di cessare di considerare l’omosessualità come una patologia, eliminando dal suo Diagnostic and Statistical Manual of Mental Deseases (American Psychiatric Association, 1980) la diagnosi di “omosessualità egosintonica” e successivamente (APA, 1987), anche quella di “omosessualità egodistonica”.
Cinque anni dopo anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità elimina dal suo sistema ICD (World Health Organization, 1993) l’omosessualità egosintonica.
Solo a partire dalla metà degli anni ottanta, la comunità psicoanalitica, riprendendo e sviluppando le posizioni freudiane sull’universalità della tendenza bisessuale e sulla labilità e variabilità del legame pulsione-oggetto, sulla spinta anche delle nuove ipotesi sull’origine biologica dell’omosessualità, si orienta verso la sua depatologizzazione e il progressivo abbandono dell’approccio terapeutico direttivo-suggestivo.
Rilevanti al riguardo sono le posizioni e i contributi di autori come Richard Isay, Robert Stoller, Fritz Morgenthaler, Stephen Mitchell, Judd Marmor, Christopher Bollas, Nancy Chodorow, Heinz Kohut, Otto Kernberg.
Superando gli aspetti teorici sull’eziologia dell’omosessualità, una questione rilevante è la definizione dei suoi termini di accettazione sociale, per i quali risulta fondamentale l’influenza delle norme culturali.
E’ noto che nell’antica Grecia l’omosessualità maschile, e in particolare la pederastia, era normalmente praticata nell’ambito della formazione e nell’istruzione dei giovani (Cantarella, 1999).
Anche nell’Impero Romano la bisessualità maschile era una pratica comune, finalizzata però a esprimere anche sul piano sessuale la superiorità sugli altri uomini, in questo caso schiavi o vinti (ibidem).
Con l’affermarsi delle religioni Giudaico-cristiana e Musulmana, l’omosessualità viene considerata una perversione e una turpitudine che merita il castigo divino, come avvenne per gli abitanti di Sodoma e Gomorra.
In generale, nella nostra epoca, ad eccezione di alcune “isole” culturali ed etniche(1), l’orientamento e le pratiche omosessuali sono fortemente stigmatizzati e oggetto di condanna e pregiudizi. L’individuo che manifesti tendenze omosessuali, soprattutto se di sesso maschile, è considerato un pervertito ed è facilmente vittima di abusi, scherno e discriminazioni. In molti paesi le pratiche omosessuali sono anche perseguite penalmente, non di rado con la pena di morte (Amnesty International, 2003; Pedote, Lo Presti, 2003).
Questo diffuso e consolidato clima culturale omofobico, con i suoi modelli e i suoi stereotipi, viene precocemente internalizzato dal bambino, il quale nell’adolescenza non solo si troverà a doversi confrontare con le proprie mutazioni sul piano corporeo, cognitivo, affettivo e libidico, ma dovrà anche interpretare, spesso con ansia, le proprie fantasie e le proprie pulsioni riguardo l’orientamento sessuale.
L’adolescente che maturerà il dubbio o la certezza che la propria sessualità si stia orientando in senso omosessuale, vedrà inevitabilmente incrinarsi l’autostima e la propria immagine di sé; spesso non oserà aprirsi agli altri per timore di essere deriso o fatto oggetto di abusi e violenze, non potendo così fruire di quegli scambi relazionali, affettivi e di rispecchiamento con i coetanei, fondamentali per la costruzione della propria identità. Temendo inoltre di vedersi ripudiato dai genitori, o quanto meno di deluderli e addolorarli, non si confiderà con loro e vivrà in completa e dolorosa solitudine interiore questo suo dramma da cui non vede possibilità di uscita. Non potendo infine manifestare e vivere apertamente la propria sessualità, sarà portato a ricercare clandestinamente altri “devianti” con cui condividere le proprie pulsioni e la propria “diversità”. In questa ricerca, vissuta spesso con ansia, angoscia e morbosità, si troverà facilmente esposto a comportamenti e a situazioni a rischio, con conseguente possibilità di contrarre infezioni sessualmente trasmissibili, come l’HIV, e di venire a contatto con il mondo della prostituzione giovanile e della tossicodipendenza.